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La terapia antifungina empirica in oncoematologia:
criteri di scelta
Corrado Girmenia
Dipartimento di Biotecnologie Cellulari ed Ematologia,
Università “La Sapienza”, Roma
La terapia antifungina empirica viene largamente impiegata da
due decenni nei pazienti affetti da patologie oncoematologiche in
corso di febbre e neutropenia.1 L’elevata
letalità correlata alle micosi invasive e l’utilità
di un trattamento precoce hanno indotto ad adottare anche per gli
antifungini la stessa politica già impiegata con successo
nella terapia antibatterica. In realtà i risultati positivi
ottenuti per le infezioni batteriche non lo sono stati per le
infezioni fungine per le quali si è in cerca di nuove
strategie con l’impiego di nuovi antifungini ma soprattutto
con la rivalutazione critica degli approcci terapeutici, compreso
lo stesso uso empirico della terapia antimicotica.
L’utilizzo ormai universalmente riconosciuto della terapia
antifungina empirica, tuttavia, non deriva da evidenze scientifiche
solide e confermate negli anni. Storicamente, il primo studio
randomizzato di terapia antifungina empirica risale al 1982, quando
Pizzo e coll.2 hanno condotto un trial clinico di
terapia antibatterica e antimicotica in pazienti con neutropenia
febbrile con l’intento di dare risposta a due importanti
quesiti clinici:
1) la terapia antibatterica deve essere proseguita se la febbre
persiste?
2) Pur continuando il trattamento antibatterico, è indicato
iniziare empiricamente anche un trattamento antifungino?
Questi quesiti, paradossalmente non sono stati ancora risolti in
quanto, di fatto, continuano a rappresentare ancora importanti
dilemmi che quotidianamente affrontiamo nella gestione clinica dei
pazienti oncoematologici. Lo studio di Pizzo e coll. ha tentato di
dare una risposta valutando solo 50 pazienti con febbre persistente
da 7 giorni ed ottenendo i risultati sintetizzati nella Tabella 1. In totale, un numero
maggiore di infezioni fungine è stato documentato nei pazienti
che non avevano ricevuto terapia con amfotericina B (AmB)
desossicolato mentre non vi era alcuna differenza in termini di
mortalita. Nonostante i risultati di discutibile valore
scientifico, se consideriamo il numero esiguo di pazienti arruolati
nello studio, gli autori concludevano che la terapia antifungina
empirica sembrava utile nella riduzione delle infezioni fungine
documentate ma che, in considerazione del profilo di tossicità
del farmaco, si rendeva necessario riservare tale trattamento alle
categorie a maggiore rischio.
Alcuni anni dopo, nel 1989, veniva pubblicato uno studio
prospettico, randomizzato, multicentrico dell’EORTC che
confrontava 68 pazienti trattati empiricamente con AmB
desossicolato e 64 pazienti di controllo non trattati (Tabella
1).3 Nel gruppo di pazienti non trattati con
antifungino venivano diagnosticate un maggior numero di infezioni
fungine e, soprattutto, solo in questo gruppo sono avvenuti 4
decessi per infezione fungina disseminata.
Dall’esperienza condotta dall’EORTC ad oggi non sono
stati più effettuati studi prospettici randomizzati disegnati
per confermare l’utilità dell’uso della terapia
antifungina empirica, al contrario, la validità di questo
approccio non è stata più messa in discussione e, di
fatto, tutti i nuovi farmaci antifungini sistemici alternativi
all’AmB desossicolato sono stati sperimentati primariamente
per questa indicazione.
Al di là di queste considerazioni, l’approccio
terapeutico empirico alla neutropenia febbrile ha subito negli anni
una evoluzione di tipo metodologico anche alla luce dei progressi
nella diagnostica delle infezioni fungine e della esperienza
clinica che è progressivamente maturata nei vari centri di
oncoematologia. L’indicazione all’inizio di un
trattamento antifungino empirico non sembra essere più dettata
da un puro conteggio dei giorni di piressia ma anche dalla
valutazione clinica del singolo paziente. A tal riguardo, le linee
guida dell’IDSA pubblicate nel 2002 sottolineano come la
persistenza di febbre in corso di neutropenia non debba essere
considerata l’unico criterio all’inserimento della
terapia antifungina empirica (Figura 1a e
1b).1 Infatti, nei casi di febbre persistente dopo
5-7 giorni di adeguata terapia antibatterica in un paziente
clinicamente stabile o con un prevedibile breve periodo di
neutropenia può essere corretto un atteggiamento di attesa in
quanto, in queste condizioni cliniche, il rischio di una
sottostante grave infezione fungina è molto contenuto e non
giustifica un trattamento antimicotico potenzialmente tossico o
costoso. Al contrario, nei casi di febbre persistente associata a
condizioni cliniche in peggioramento, in assenza di segni di
infezione batterica e con previsione di un periodo di neutropenia
ancora lungo, l’uso della terapia antifungina empirica è
consigliato.
Le maggiori critiche alla terapia antifungina empirica derivano
dalla difficoltà di capire se il paziente trattato
empiricamente per una febbre persistente è effettivamente
affetto da una infezione micotica il cui unico segno è
rappresentato dalla febbre. Il rischio è che un numero elevato
di episodi febbrili refrattari alla terapia antibatterica ad ampio
spettro possa essere dovuto ad eziologie, infettive e non, diverse
da una infezione fungina, quindi il trattamento antimicotico in
questi casi risulterebbe gravato di inutili costi e potenziale
tossicità. Le cause di febbre in un paziente neutropenico sono
molteplici e solo in una minoranza dei casi viene documentata
l’eziologia. In particolare, l’origine fungina di un
episodio febbrile persistente in corso di neutropenia sembra essere
non superiore al 45% dei casi ed il restante 55% sembra essere
dovuto ad altri patogeni (batteri resistenti, virus, parassiti) e a
cause non infettive (GVHD, febbre da farmaci, febbre da malattia
neoplastica, cause non definite) (Tabella
2).4 Alla luce di questi dati sembra evidente che in
un numero non indifferente di pazienti con febbre non rispondente a
terapia antibatterica il trattamento antifungino potrebbe essere
improprio.
Una soluzione a questo problema potrebbe essere il miglioramento
dell’approccio diagnostico che non solo potrebbe aumentare il
numero di documentazioni di infezione fungina, ma soprattutto
dovrebbe essere in grado, con ragionevole valore predittivo, di
escludere la presenza di una infezione micotica, evitando quindi il
classico trattamento antifungino empirico. L’efficacia
diagnostica dei moderni mezzi radiologici (TAC ad alta risoluzione)
e dei metodi microbiologici non colturali (galattomannano di Aspergillus e PCR) sembra aver raggiunto livelli molto
elevati, tali da rendere sempre più sensibile
l’approccio diagnostico delle infezioni fungine anche in
senso negativo. In pratica, un paziente neutropenico febbrile con
TAC del torace negativa, assenza di galattomannano dosabile nel
sangue e negatività dei comuni esami colturali ha una elevata
probabilità di non essere affetto da una micosi invasiva,
pertanto in tal caso potrebbe essere evitato il trattamento
antifungino empirico. Un simile approccio clinico è stato
recentemente testato da Maertens e coll in uno studio prospettico
in pazienti con neutropenia febbrile in cui il trattamento
antifungino veniva iniziato solo in caso di obiettività
radiologica o sierologia (preemptive antifungal
therapy).5 L’approccio
diagnostico-terapeutico adottato in questo studio è
schematizzato nella Figura 2.
In base a tale algoritmo diagnostico il trattamento antifungino
veniva riservato solo ai pazienti con almeno due campioni di siero
positivi per galattomannano (ad un cutoff di 0,5) o con
obiettività radiologica associata ad un isolamento colturale.
I pazienti che non presentavano queste caratteristiche venivano
ulteriormente monitorizzati senza iniziare alcun trattamento
antifungino anche se persistentemente febbrili.
Di 117 episodi di neutropenia febbrile, in ben 41 (35%) casi la
febbre persisteva dopo 5 giorni di terapia antibatterica, ma il
trattamento antifungino è stato iniziato in soli 10 pazienti
(7,7%) che presentavano i criteri clinico-microbiologici sopra
descritti. Solo una diagnosi di zigomicosi è sfuggita a tale
approccio diagnostico. In sostanza, nella esperienza di Martens,
tale algoritmo diagnostico-terapeutico ha permesso di ridurre del
78% l’uso della terapia antifungina empirica con positivi
risultati in termini di efficacia terapeutica. In un editoriale di
commento a questo studio,6 de Pauw ha sottolineato
l’esigenza di impiegare la terapia antifungina in base ad
evidenze cliniche e microbiologiche e di tentare di abbandonare
quindi il classico uso puramente empirico di un farmaco antifungino
in pazienti che in oltre il 50% dei casi non sono affetti da una
infezione micotica. Gli strumenti diagnostici di cui disponiamo
attualmente sembrano permettere il contenimento di un approccio
terapeutico antifungino empirico che non solo è gravato di
tossicità e costi, ma che non permette l’ottimizzazione
dello stesso trattamento in un’era in cui disponiamo di
numerosi farmaci con differente attività antimicrobica e
farmacocinetica. Un approccio di terapia antifungina diverso dal
trattamento empirico dovrebbe, tuttavia, essere validato in studi
prospettici, controllati e multicentrici, che dimostrino la
superiorità di tale approccio rispetto alla terapia empirica
in quanto singole esperienze monocentriche non controllate non
possono offrire evidenze scientifiche in grado di superare un
approccio utilizzato da oltre 20 anni. Inoltre, è fondamentale
sottolineare che il successo di un approccio terapeutico diverso da
quello empirico dipende da un attento e continuo monitoraggio
clinico in quanto il ritardo nella diagnosi, quindi nella terapia
specifica di una infezione fungina, potrebbe essere tragicamente
negativo da un punto di vista prognostico. In sostanza, i centri
oncoematologici che non usufruiscono di un adeguato supporto
microbiologico e radiologico potrebbero non essere in grado di
abbandonare il classico approccio terapeutico antifungino empirico
alla neutropenia febbrile.
In conclusione, in attesa di solide evidenze scientifiche in grado
di supportare l’esclusivo approccio mirato alle infezioni
fungine nei pazienti oncoematologici, la terapia empirica continua
a rappresentare una importante strategia nei pazienti neutropenici
con febbre resistente al trattamento antibatterico. Grazie ai
notevoli sforzi della ricerca farmacologica, in questi ultimi anni
vari farmaci hanno arricchito l’armamentario terapeutico
antifungino, pertanto, contrariamente al tempo in cui l’AmB
desossicolato rappresentava l’unico antifungino a
disposizione, oggi possiamo scegliere tra molecole diverse con
specifiche caratteristiche farmacologiche. La letteratura
scientifica di cui disponiamo è sicuramente in grado di
delineare i diversi aspetti antimicrobici, farmacodinamici e
farmacocinetici dei singoli farmaci che dovrebbero essere presi in
considerazione nella scelta di una terapia antifungina
ottimale.
Gli studi clinici di terapia antifungina empirica
La tossicità associata all’AmB desossicolato ed i
limiti di efficacia in particolare nei pazienti oncoematologici ha
indotto al confronto con tutti i nuovi antifungini sistemici che
negli anni sono stati sperimentati e immessi nel commercio.
Infatti, negli ultimi 15 anni tre prodotti lipidici di AmB [AmB
liposomiale, AmB in complessi lipidici (ABLC) e AmB in dispersione
colloidale (ABCD)], quattro azoli (ketoconazolo, fluconazolo,
itraconazolo e voriconazolo) ed una echinocandina (caspofungin)
sono stati sperimentati in studi controllati multicentrici di
terapia empirica.7-17
Il primo studio prospettico, randomizzato, pubblicato nel 1991, ha
confrontato l’AmB desossicolato con alte dosi di ketoconazolo
per os.10 Lo studio, su 64 pazienti valutabili, ha sostanzialmente
dimostrato un fallimento del trattamento con il ketoconazolo che
è risultato meno efficace e più tossico dell’AmB
desossicolato. L’azolo non è stato di fatto più
impiegato in terapia empirica. Negli anni successivi, anche il
fluconazolo è stato confrontato con l’AmB desossicolato
in tre studi randomizzati nonostante lo spettro di attività
limitato ai lieviti che ne rende criticabile l’impiego
empirico in pazienti soggetti anche ad infezioni da funghi
filamentosi.11-13 Nella Tabella 3 sono
sintetizzati i principali risultati di questi tre studi.
Tutti questi studi non hanno dimostrato differenze significative in
termini di efficacia tra i due farmaci mentre, come era
attendibile, il fluconazolo ha presentato uno spettro di
tossicità assolutamente più vantaggioso rispetto
all’AmB desossicolato. Probabilmente la bassa incidenza di
infezioni da funghi filamentosi è stata determinante
nell’efficacia del fluconazolo, infatti, come sottolineato
dagli stessi autori l’uso di tale farmaco in terapia empirica
dovrebbe essere limitato a categorie di pazienti neutropenici a
basso rischio di aspergillosi invasiva come, ad esempio, la
popolazione pediatrica non sottoposta a trapianto di cellule
staminali nella quale, entro certi limiti, le infezioni da Candida
rappresentano le principali micosi in corso di neutropenia.
I farmaci antifungini in commercio che posseggono uno spettro di
azione simile all’AmB desossicolato, attivi quindi sia nei
confronti dei lieviti che dei funghi filamentosi, sono i prodotti
lipidici di AmB, gli azoli itraconazolo e voriconazolo e
l’echinocandina caspofungin. Tutti questi farmaci sono stati
valutati in studi clinici controllati. Sia AmB liposomiale che ABCD
hanno dimostrato efficacia paragonabile a quella dell’AmB
desossicolato ma tossicità renale notevolmente inferiore
(Tabella
4).7-9 L’AmB liposomiale, inoltre ha
dimostrato vantaggi significativi in termini di tollerabilità
con una minore incidenza di brividi e reazioni febbrili in corso di
infusione.8 L’AmB liposomiale a due diversi
dosaggi (3 e 5 mg/kg/die) è stata confrontata con ABLC
dimostrando vantaggi in termini di letalità e di
tossicità.9 In base ai risultati di questi studi le
Agenzie regolatorie americana (FDA) ed europea (EMEA) hanno
riconosciuto all’AmB liposomiale l’indicazione nella
terapia empirica della febbre persistente in corso di
neutropenia.
Le linee guida dell’IDSA pongono l’indicazione
all’uso empirico dell’AmB liposomiale nei casi di
patologia renale di base o, in terapia di salvataggio in pazienti
intolleranti o non rispondenti all’AmB
desossicolato.1 La cautela nell’impiego in prima
linea di un farmaco come l’AmB liposomiale che ha dimostrato,
rispetto alla formulazione desossicolato il vantaggio della minore
tossicità è determinata soprattutto dalla enorme
differenza di costo tra i due antifungini che necessariamente deve
essere tenuta in considerazione nella complessa politica
dell’uso dei farmaci.
Gli azoli itraconazolo e voriconazolo sono farmaci antifungini di
particolare interesse in quanto ad ampio spettro di azione (anche
se entrambi non attivi nei confronti degli zigomiceti) e
disponibili sia nella formulazione orale che endovenosa. Sia
itraconazolo che voriconazolo sono stati valutati in studi
multicentrici, prospettici, controllati che hanno dimostrato
efficacia simile e minore tossicità rispettivamente nei
confronti di AmB desossicolato e AmB liposomiale (Tabella
5).14,15 Tuttavia, nello studio di Walsh e coll il
voriconazolo non ha raggiunto l’obiettivo della non
inferiorità di efficacia rispetto all’AmB liposomiale in
quanto, ad una valutazione complessiva, il limite di -10,6% del 95%
di intervallo di confidenza di differenza tra i due trattamenti
superava il limite predefinito di -10% per stabilire la non
inferiorità di un farmaco rispetto all’altro. Inoltre,
dei 5 obiettivi dell’endpoint composito, ben 4 erano a
sfavore di voriconazolo che ha mostrato vantaggi solo relativamente
alle infezioni micotiche intercorrenti (breakthrough
infections). In base ai risultati di questo studio il
voriconazolo non ha ottenuto dalle agenzie regolatorie
l’indicazione all’impiego in terapia empirica.
Al contrario, pur in uno studio con un numero non elevato di
pazienti arruolati, l’itraconazolo ha dimostrato di avere
caratteristiche paragonabili in termini di efficacia ma vantaggiose
in termini di tossicità rispetto all’AmB desossicolato.
In base a questi dati, l’FDA americana ha riconosciuto
all’itraconazolo e.v. l’indicazione in terapia
empirica. Tale indicazione, tuttavia, non è attualmente
approvata in Europa.
Nel settembre 2004 sono stati pubblicati i risultati di uno studio
nel quale l’AmB liposomiale e caspofungin sono stati
confrontati in terapia empirica.16 Per le dimensioni del
campione e per il tipo di disegno usato (i due farmaci sono stati
confrontati in doppio cieco) questo rappresenta il più
importante studio di tale genere mai effettuato. Ben 1123 pazienti
oncologici provenienti da 116 ospedali in 26 nazioni ed affetti da
febbre resistente alla terapia antibatterica in corso di
neutropenia, sono stati inclusi nello studio e 1095 erano
valutabili per l’efficacia. Caspofungin ha raggiunto
l’endpoint primario di non inferiorità (risposta clinica
circa del 34% in entrambi i bracci dello studio) ad una valutazione
globale di successo. Tuttavia, i risultati importanti a vantaggio
della caspofungina sono stati la migliore attività nel
trattamento dei pazienti con infezione fungina presente alla
randomizzazione (53% vs 26%) , e, soprattutto, la migliore
sopravvivenza della popolazione globale (92,6% vs 89,2%) (Figura 3). Una analisi
effettuata stratificando i pazienti per categoria di rischio ha
confermato gli stessi vantaggi di caspofungin anche considerando i
soli pazienti ad alto rischio (allotrapiantati e con leucemia acuta
in recidiva) (Donowitz et al., 44th ICAAC,
Abstract M-1050, Washington, October 2004).
Come era prevedibile, conoscendo la notevole tollerabilità di
caspofungin, l’incidenza di effetti collaterali è stata
notevolmente inferiore nei pazienti trattati con questo farmaco,
specialmente per la minore incidenza di nefrotossicità (2,6%
vs 11,5%) e di tossicità peri-infusionale (35,1% vs
51,6%).
Per concludere, questo studio di terapia antifungina empirica
fornisce risultati di grande valore scientifico grazie innanzitutto
al particolari disegno dello studio (randomizzazione in doppio
cieco e ben oltre mille pazienti valutabili), ma soprattutto alle
importanti implicazioni cliniche: è la prima volta nella
storia degli studi sulla terapia antifungina empirica che un
farmaco dimostra vantaggi in termini di efficacia oltre che di
tollerabilità. Alla luce di tali risultati, le Agenzie
regolatorie FDA ed EMEA hanno espresso parere favorevole
all’indicazione di caspofungin nella terapia antifungina
empirica in corso di neutropenia.
Confronto fra i risultati dei principali studi di terapia antifungina empirica
Alla luce dei risultati sopra illustrati, attualmente
l’AmB liposomiale, l’itraconazolo ed il caspofungin
possono essere considerati valide alternative all’AmB
desossicolato nella terapia antifungina empirica della neutropenia
febbrile. Tale indicazione è stata riconosciuta per tali
farmaci dalle Agenzie regolatorie FDA ed EMEA ad eccezione
dell’itraconazolo che, ad oggi, ha ottenuto
l’indicazione solo dall’FDA americana. A questo punto
viene spontaneo chiedersi se e quale dei nuovi farmaci possa essere
considerato in termini di efficacia una alternativa vantaggiosa
all’AmB desossicolato per questa specifica indicazione.
Una valutazione comparativa richiede l’analisi dei singoli
criteri di efficacia impiegati nei vari studi. Valuteremo quindi in
maniera analitica i risultati riportati nei quattro principali
studi di terapia empirica nei quali sono stato impiegati criteri di
valutazione comparabili.8,14-16
Nei tre studi di Walsh e coll.8,14-16 il successo della
terapia era definito dal raggiungimento di un endpoint composito
costituito da 5 obbiettivi: 1) sfebbramento prima della risalita
dei granulociti neutrofili; 2) non sospensione della terapia per
tossicità o inefficacia; 3) cura di ogni eventuale infezione
fungina presente, ma non diagnosticata, all’inizio della
terapia empirica (non oltre due giorni dall’inizio della
terapia); 4) prevenzione di infezioni fungine intercorrenti
(breakthorough infections) insorte dopo due giorni
dall’inizio della terapia; 5) sopravvivenza a 7 giorni dal
termine della terapia. Lo studio di Boogaerts invece prevedeva
criteri di valutazione parzialmente comparabili con quelli adottati
negli studi di Walsh e coll.: sfebbramento, sospensione per eventi
avversi imputabili all’uso del farmaco, prevenzione di
infezioni fungine intercorrenti, sopravvivenza. I risultati
relativi ai singoli criteri di efficacia dei vari studi sono
riportati in dettaglio nella Tabella 6. Anche se i
criteri di efficacia impiegati in questi studi erano comparabili,
il confronto dei risultati tra uno studio e l’altro deve
essere effettuato con estrema cautela. Infatti, i dati possono in
alcuni casi sembrare incongruenti con risultati differenti fra
diversi farmaci e fra lo stesso farmaco in diversi studi. In
particolare, la percentuale di successi complessivi sembra favorire
le due formulazioni di AmB. Tuttavia i risultati migliori sia per
AmB desossicolato che per AmB liposomiale derivano da un unico
studio di Walsh e coll del 1999,8 mentre entrambi i
farmaci hanno dimostrato una percentuale di efficacia inferiore in
studi successivi nei quali anche gli antifungini di confronto
(rispettivamente itraconazolo e voriconazolo o caspofungin) hanno
presentato percentuali comparabilmente basse di
successo.14-16 In sostanza l’effetto studio sembra influenzare in modo significativo la
percentuale di successi più che l’intrinseca
attività dei singoli antifungini.
Anche l’interpretazione dei risultati relativi alle micosi
basali e a quelle intercorrenti può indurre a conclusioni
fuorvianti. Innanzitutto sembrano criticabili i criteri impiegati
per definire queste due entità distinte. Infatti, una
infezione diagnosticata entro due giorni dall’inizio della
terapia empirica è stata definita basale mentre la stessa
infezione diagnosticata dal terzo giorno in poi è stata
definita intercorrente. La prima, se rispondente al trattamento,
è stata considerata un successo, mentre la seconda sempre un
fallimento indipendentemente dall’evoluzione clinica. Quante
delle infezioni considerate intercorrenti, quindi fallimento
terapeutico, erano in realtà una infezione di base che è
esordita con la sola febbre e che ha espresso tardivamente chiari
segni clinici e microbiologici? L’incongruenza di queste
definizioni è tra l’altro dimostrata dalla sorprendente
migliore efficacia di alcuni farmaci nel curare una infezione di
base piuttosto che nel prevenire l’insorgenza di una
infezione intercorrente. L’esempio eclatante è
rappresentato dal primo studio di Walsh e coll8 nel
quale sia AmB desossicolato che AmB liposomiale hanno dimostrato
una maggiore efficacia rispetto agli studi successivi nel curare le
micosi di base e contemporaneamente la minore efficacia nel
prevenire infezioni intercorrenti. Come sottolineato da Klastersky
in un suo recente editoriale,18 questa sorprendente
dissociazione di efficacia antimicotica non è altro che
l’effetto di un artificioso gioco di definizioni.
Per quanto sopra i risultati relativi alla capacità di curare
o di prevenire l’insorgenza di micosi invasive osservati
negli studi di terapia empirica non sembrano un attendibile
criterio di scelta tra i vari farmaci.
L’analisi cumulativa dei casi di infezione intercorrente in
corso di trattamento empirico con i vari antifungini permette
comunque di effettuare alcune osservazioni sull’attività
antimicrobica intrinseca dei vari antimicotici. Come sintetizzato
nella Tabella
7, l’incidenza totale di infezioni intercorrenti nei vari
studi è stata relativamente bassa variando dal 1,9% per il
voriconazolo al 6,1% per l’AmB desossicolato. Il dato
interessante, ma tutto sommato atteso, è rappresentato dalla
maggiore incidenza, anche se non significativa, di infezioni
intercorrenti da Aspergillus species nei pazienti trattati
con una formulazione di AmB. Questo probabilmente rispecchia la
ridotta attività dell’AmB nei confronti di alcune specie
di Aspergillus come A.terreus, A.flavus e
A.versicolor verso i quali sia i triazoli che le echinocandine
sembrano mantenere una elevata attività antimicrobica. Al
contrario, delle poche infezioni intercorrenti da zigomiceti
osservate, la maggior parte sono insorte in pazienti in trattamento
con voriconazolo e caspofungin che intrinsecamente sono inattivi
nei confronti di questi generi fungini. Per quanto riguarda le
infezioni intercorrenti da Candida species, la bassa
incidenza in corso di trattamento con i farmaci triazolici è
di difficile interpretazione in quanto proprio questa classe di
antifungini presenta ben noti limiti di attività nei confronti
di alcune specie di Candida.
Un criterio di efficacia sicuramente importante è
rappresentato dalla sopravvivenza anche se la valutazione risente
del fatto che in questa popolazione di pazienti le cause di morte
differenti dalla presunta micosi invasiva sono probabilmente
prevalenti. Tale importante aspetto sembra giustificare il fatto
che in quasi tutti gli studi la sopravvivenza associata a due
farmaci a confronto è risultata quasi sovrapponibile, inoltre
la differente mortalità osservata nei vari studi
(dall’14% a meno del 6%) sembra dipendere più dalle
caratteristiche cliniche generali di base dei pazienti che
dall’efficacia dimostrata dai farmaci nei vari trials. Solo
nello studio che confrontava caspofungin ad AmB liposomiale
l’echinocandina ha dimostrato di offrire vantaggi
significativi in termini di sopravvivenza come illustrato nella Figura
3.16
Contrariamente ai sopra menzionati parametri di efficacia clinica i
vari studi sono stati in grado di mostrare chiaramente i profili di
tossicità dei vari farmaci. Nella Tabella 8 sono
sintetizzati in maniera comparativa i principali effetti
collaterali da infusione e tardivi osservati nei diversi studi. Il
farmaco con il profilo peggiore di tossicità e
tollerabilità è senza dubbio l’AmB desossicolato i
cui effetti collaterali principali sono rappresentati da
nefrotossicità, ipokaliemia e reazioni infusionali come
brividi, febbre e dispnea. Gli stessi effetti collaterali, anche se
in minor misura, sono stati osservati in tutti gli studi nei
pazienti trattati con AmB liposomiale. In senso assoluto,
voriconazolo, itraconazolo e, soprattutto, caspofungin hanno
dimostrato il profilo di tossicità e tollerabilità
più vantaggioso. Un effetto collaterale specifico del
voriconazolo è rappresentato da transitori disturbi visivi di
vario tipo osservati in oltre un quinto dei pazienti.
Prevenzione e trattamento degli effetti collaterali dell’AmB desossicolato
Fin dalle prime esperienze degli anni ’50 sull’uso
dell’AmB desossicolato gli effetti collaterali da infusione e
la nefrotossicità sono chiaramente emersi come un grosso
limite di questo farmaco.19-26 Tuttavia, solo negli
ultimi 20 anni, in relazione al crescente peso epidemiologico delle
gravi micosi invasive e all’esigenza di migliori prospettive
terapeutiche, la ricerca clinica e farmacologia si è spinta da
una parte nello sviluppo di nuove molecole antimicotiche incluse le
formulazioni lipidiche di AmB, dall’altra nella
sperimentazione di espedienti pratici finalizzati al contenimento
dei gravi effetti collaterali del farmaco tradizionale. Molti studi
clinici e sperimentali hanno dimostrato ormai da anni che il
principale effetto collaterale dell’AmB desossicolato, la
nefrotossicità, può essere notevolmente ridotto con una
adeguata idratazione e supplementazione di elettroliti, in
particolare il sodio.27-37 Una recente esperienza di
Mayer e coll.33,34 ha elegantemente dimostrato nel topo
come la tossicità renale clinicamente rilevabile dipende
strettamente dal livello di idratazione (Figura 4), anche se i
topi adeguatamente idratati continuano a presentare a livello
istologico segni di danno glomerulare e tubulare pur mantenendo una
adeguata clearance della creatinina. Gli stessi autori hanno
dimostrato in uno studio retrospettivo in pazienti leucemici con
neutropenia febbrile come un adeguato apporto idrico ed
elettrolitico determini un significativo abbattimento della
nefrotossicità in corso di trattamento con AmB desossicolato
(Figura
5).
Nonostante le ripetute segnalazioni riportate in letteratura
sull’efficacia di queste misure nefroprotettive, gli stessi
studi multicentrici nei quali l’AmB desossicolato è
stata confrontata con altri farmaci in varie indicazioni cliniche,
non ne hanno tenuto conto non fornendo nel protocollo terapeutico
alcuna indicazione sulle modalità di idratazione e
supplementazione elettrolitica. In sostanza, la tossicità
dell’AmB desossicolato è stata sempre valutata senza
l’applicazione di semplici accorgimenti atti a contenere gli
effetti collaterali del farmaco. Inoltre, la letteratura ad oggi
non è stata in grado di fornire precise indicazioni su come
dovrebbero essere condotte tali manovre nefroprotettive.
Presso il Dipartimento di Biotecnologie Cellulari ed Ematologia
dell’Università La Sapienza di Roma da anni i
pazienti in trattamento con AmB desossicolato sono stati sottoposti
ad un regime di idratazione e supporto elettrolitico con chiari
vantaggi in termini di nefrotossicità.35 Recentemente, inoltre, in tale Istituto è stato condotto uno
studio prospettico in pazienti trattati empiricamente con AmB
desossicolato finalizzato alla standardizzazione di tali procedure
nefroprotettive. I principali dati di questo studio, che
rappresenta la più ampia esperienza prospettica disponibile in
letteratura su tale problematica, sono sintetizzati nella Tabella 9. In sintesi,
una idratazione endovenosa media giornaliera di 1500 mL/mq con una
diuresi di circa 2000 mL/mq ed una supplementazione in particolare
di sodio, potassio e magnesio finalizzata a mantenere i livelli
sierici degli elettroliti entro i limiti di normalità, ha
determinato il contenimento della nefrotossicità a meno
dell’8% dei pazienti e nessun paziente ha dovuto ricorrere ad
emodialisi o ad altre impegnative misure di supporto clinico a
causa del danno renale.
Oltre alla nefrotossicità anche gli effetti collaterali da
infusione incidono in modo significativo sulla tollerabilità
dell’AmB desossicolato. In particolare, i brividi, la nausea,
il vomito la febbre e gli eventi respiratori acuti possono motivare
la sospensione del trattamento o, quanto meno, compromettere la
compliance del paziente al trattamento. Nel 1988, 69 centri
statunitensi hanno partecipato ad uno studio prospettico disegnato
per valutare l’incidenza degli effetti collaterali da
infusione di AmB desossicolato e individuare gli schemi di
prevenzione di tali effetti collaterali impiegati nei vari
centri.43 Di 397 pazienti considerati, 282 (71%) hanno
sviluppato almeno un effetto collaterale da infusione durante i
primi 7 giorni di trattamento. I due principali effetti collaterali
sono stati febbre (51%) e brividi (28%). Nella maggior parte dei
casi entrambi gli effetti collaterali sono comparsi precocemente
nei primi due giorni di trattamento e la loro intensità è
diminuita in maniera significativa nei giorni successivi come a
significare lo sviluppo di tolleranza da parte dei pazienti. In
particolare, dei 62 pazienti che non hanno ricevuto alcun
trattamento farmacologico di profilassi in oltre il 50% dei casi le
reazioni sono scomparse spontaneamente nei giorni successivi
(mediamente in seconda giornata di terapia). Altri effetti
collaterali come nausea, vomito e cefalea, pur essendo molto meno
frequenti rimanevano costanti durante tutto il trattamento. I
principali schemi di pretrattamento in prevenzione degli effetti
collaterali da infusione sono stati gli steroidi, il paracetamolo,
gli antistaminici e l’eparina da soli o in diverse
combinazioni. Complessivamente, l’efficacia dei vari schemi
di pretrattamento è stata tra loro sovrapponibile. In questa
esperienza, nessun centro ha impiegato la meperidina (farmaco
oppioide) nel trattamento dei brividi. Tuttavia, alcune esperienze
della letteratura sembrano suggerire l’utile impiego di tale
farmaco nel trattamento dei pazienti che sviluppano tale effetto
collaterale in corso di infusione di AmB
desossicolato.44
Negli anni ’90 alcune esperienze monocentriche sembravano
suggerire che la diluizione di AmB desossicolato in soluzione
lipidica (p.es. Intralipid) fosse in grado di ridurre la
nefrotossicità e gli effetti collaterali da infusione del
farmaco.45-47 Tali evidenze, tuttavia, sono state
smentite in studi successivi che dimostravano la non
miscelabilità dei due composti e, addirittura, associavano
l’infusione di tale emulsione ad una aumentata incidenza di
effetti collaterali respiratori.48,49 Da vari anni ormai
tale espediente per limitare la tossicità dell’AmB
desossicolato è stato praticamente abbandonato.
?Recentemente, un gruppo svizzero ha sperimentato la
somministrazione di AmB desossicolato in infusione continua nelle
24 ore dimostrando una significativa riduzione sia degli effetti
collaterali da infusione che della nefrotossicità rispetto
alla infusione convenzionale in 4 ore.50-52 Tale tipo di
somministrazione sembra associarsi ad una minore incidenza di danni
renali anche in pazienti trapiantati in trattamento con
ciclosporina,51 inoltre sembra permettere un aumento del
dosaggio fino a 2 mg/kg/die. Tali dati, tuttavia, non sono stati
confermati in altre esperienze cliniche anche perché da un
punto di vista farmacologico la somministrazione in infusione
continua di un farmaco dose-dipendente come l’AmB
desossicolato potrebbe compromettere l’efficacia antimicotica
del trattamento. Sembrerebbe quindi più opportuno attendere
eventuali dati di efficacia prima di poter proporre questo tipo di
somministrazione dell’AmB desossicolato.
In conclusione, l’AmB desossicolato è chiaramente
associata a effetti collaterali da infusione e da
nefrotossicità che ne limitano in maniera significativa
l’impiego. Tuttavia, numerose esperienze cliniche sembrano
dimostrare che semplici misure nefroprotettive sono in grado di
contenere in maniera significativa la tossicità renale del
farmaco e che la premedicazione farmacologia può limitare i
fastidiosi effetti collaterali da infusione. Uno schema di
somministrazione di AmB desossicolato, delle misure nefroprotettive
e di prevenzione degli effetti collaterali è sintetizzato
nella Tabella
10.
I costi
Come indicato nella Tabella 11 che
sintetizza il costo giornaliero dei singoli trattamenti antifungini
in base al peso del paziente (Policlinico Umberto I di Roma, Giugno
2005), la dose giornaliera di AmB-d (Fungizone®) viene a
costare da 40 a 60 volte in meno rispetto a quella di altri
antifungini endovenosi ad ampio spettro in commercio. Se
consideriamo un trattamento antifungino empirico della durata di 10
giorni per un uomo di 70 kg, tenendo conto anche della dose di
carico necessaria per caspofungin e voriconazolo, il costo del
farmaco è di 127,20 Euro per l’AmB desossicolato
(Fungizone®), 5925,20 Euro per l’AmB liposomiale
(Ambisome®), 4160,00 Euro per AmB in complessi lipidici
(Abelcet ®), 4977,00 Euro per il caspofungin (Cancidas®)
e 4269,00 Euro per voriconazolo e.v. (Vfend®). Da pochi mesi
è disponibile in Italia anche l’itraconazolo e.v.
(Sporanox®) al costo ospedaliero di circa 100 Euro al giorno.
Si ricorda, tuttavia, che attualmente, solo AmB liposomiale e
caspofungin sono registrati in Italia con l’indicazione alla
terapia empirica. Paradossalmente, nonostante l’ampia e
datata esperienza dell’AmB desossicolato nella terapia
empirica, la scheda tecnica di tale farmaco non prevede l’uso
empirico.
Ovviamente, una accorta valutazione farmacoeconomica non deve
basarsi unicamente sul costo delle molecole, ma deve tenere conto
anche dei costi aggiuntivi dovuti, per esempio, agli effetti
collaterali dei singoli farmaci. Due studi retrospettivi
rispettivamente su 707 a 494 trattamenti con AmB desossicolato per
varie indicazioni hanno valutato l’impatto
dell’insufficienza renale correlata all’uso
dell’antifungino sulla mortalità, sulla durata
dell’ospedalizzazione e sui costi.24,42 L’incidenza di nefrotossicità è stata
rispettivamente del 30% e del 12%. Entrambi gli studi hanno
dimostrato che l’insorgenza di insufficienza renale era
associata ad un significativo aumento di mortalità. Tuttavia,
mentre lo studio di Bates e coll24 dimostrava che
l’insorgenza di insufficienza renale comportava anche una
maggiore durata di ospedalizzazione di 8,2 giorni ed un aumento di
costi per paziente di 29.823 dollari, gli stessi dati non sono
stati confermati dal secondo studio di Harbarth e
coll.42
La prima valutazione farmacoeconomica nella quale l’AmB
desossicolato è stata direttamente confrontata con l’AmB
liposomiale è stata effettuata da Cagnoni et
al.53 che hanno analizzato retrospettivamente i
dati dello studio multicentrico di Walsh et
al.8 nel quale le due formulazioni di AmB sono
state confrontate in terapia empirica. L’analisi è stata
effettuata su 414 pazienti e, oltre al costo dei farmaci
antifungini in studio, sono stati calcolati i costi di degenza
dall’inizio del trattamento alla dimissione. Il costo medio
complessivo è stato maggiore per i pazienti trattati con AmB
liposomiale ($48.962 vs $43.183), tuttavia, escludendo il costo del
farmaco il restante impegno assistenziale è stato
economicamente più gravoso per i pazienti trattati con AmB
desossicolato ($43.048 vs $39.648) a causa dell’incremento
delle prestazioni diagnostiche e terapeutiche probabilmente da
correlare alla tossicità del farmaco. Questo studio sembra
dimostrare che l’uso empirico di AmB desossicolato non solo
non si associa ad una aumentata mortalità rispetto
all’AmB liposomiale ma, in una valutazione complessiva,
mantiene anche discreti vantaggi farmacoeconomici. Inoltre, se
consideriamo che nello studio di Walsh e coll.8 l’AmB desossicolato è stata somministrata senza tener
conto di alcuna misura nefroprotettiva, l’uso del farmaco
associato ad una corretta idratazione e supplementazione
elettrolitica dovrebbe incidere positivamente anche da un punto di
vista economico grazie al contenimento della sua
tossicità.
Per quanto riguarda lo studio di terapia empirica nel quale sono
stati comparati caspofungin e AmB liposomiale,16 una
analisi farmacoeconomica ha dimostrato vantaggi a favore del
trattamento con l’echinocandina sia relativamente al costo
dei farmaci che ai costi derivanti dalla differente tossicità
renale (Wingard et al, 44th ICAAC, Abstract
O-1619, Washington October 2004).
Lo spettro di attività antimicrobica
Nella scelta di un qualsiasi trattamento antimicrobico empirico
è necessario conoscere lo spettro di attività dei farmaci
disponibili e le informazioni epidemiologiche sulle possibili
eziologie infettive per il singolo paziente. Tale principio deve
essere rispettato anche per la terapia empirica antifungina ed
è per questo che, alla luce del progressivo incremento di
incidenza di infezioni da funghi filamentosi, un farmaco ad
attività selettiva come il fluconazolo non dovrebbe essere
impiegato in terapia empirica anche se alcuni studi riportati in
letteratura ne hanno dimostrato l’efficacia in questa
indicazione.11-13 Anche i farmaci antifungini ad ampio
spettro come le varie formulazioni di AmB, gli azoli itraconazolo e
voriconazolo e l’echinocandina caspofungin presentano limiti
di attività antimicrobica alcuni noti da tempo, altri
emergenti negli ultimi anni. Nella Tabella 12 sono
elencati i patogeni fungini causa di infezione invasiva nei
pazienti immunocompromessi per i quali è stata descritta
significativa resistenza in vitro alle varie molecole
antimicotiche che possono essere impiegate nella terapia empirica.
Per alcuni patogeni è ben nota una resistenza intrinseca verso
determinati antimicotici, per altri sono state descritte
percentuali di resistenza acquisita non elevate ma significative.
Anche se la correlazione tra attività in vitro e
attività in vivo degli antimicotici è ancora non
del tutto chiara, in alcuni casi quasi sconosciuta, i test di
attività antimicrobica vengono sempre più impiegati per
guidare al trattamento delle infezioni fungine documentate
soprattutto ora che disponiamo di numerose molecole antifungine con
differenti caratteristiche antimicrobiche, farmacocinetiche e
farmacodinamiche.
Il problema di ogni tipo di terapia antimicrobica empirica, inclusa
la terapia empirica antifungina, è la mancanza della
documentazione microbiologica, per cui non solo potremmo trattare
inutilmente un paziente neutropenico febbrile che non è
affetto da alcuna patologia micotica, ma anche potremmo trovarci di
fronte ad una occulta infezione micotica determinata da un patogeno
resistente a uno o più farmaci antifungini ad ampio spettro.
Alla luce di questa realtà, che comunque deriva da una ridotta
capacità diagnostica delle infezioni fungine, anche il
differente spettro antimicrobico dei vari farmaci antimicotici
potrebbe essere preso in considerazione nella scelta della migliore
terapia antifungina empirica. A questo punto, la domanda ovvia
sembra essere: qual è il farmaco antifungino che assicura il
più ampio spettro di azione in terapia empirica? Per
rispondere a questa domanda dovremmo conoscere con esattezza la
percentuale di resistenza di ogni patogeno fungino ai vari
antimicotici e il loro impatto epidemiologico. In sostanza tanto
è più preoccupante il fenomeno di resistenza di un
patogeno quanto più è pesante il suo peso epidemiologico.
Tuttavia, in considerazione della variabilità epidemiologica
delle infezioni fungine e della variabilità per alcuni
patogeni nella sensibilità in vitro agli antifungini,
oltre al problema delle difficili comparazioni interlaboratorio e
intralaboratorio dei test di sensibilitàin vitro,
è molto difficile ottenere un calcolo preciso della
probabilità per una terapia antifungina di incorrere in un
patogeno resistente. Infatti, ad oggi non disponiamo di studi
prospettici su grandi numeri che abbiano valutato sia
l’incidenza delle infezioni da parte dei vari patogeni che la
sensibilità in vitro di ognuno di essi. Nella Tabella 13 sono sintetizzati alcuni dati tratti dall’analisi della
letteratura degli ultimi 10 anni con i quali si è tentato di
estrapolare il peso epidemiologico del fenomeno delle resistenze
verso i vari farmaci antifungini ad ampio spettro.54-98 Ovviamente,
per le motivazioni di cui sopra, i dati estrapolati
dall’analisi della letteratura devono essere presi con dovuta
cautela in quanto tale metodologia di raccolta dei dati non è
propriamente corretta da un punto di vista epidemiologico.
Un dato ben consolidato in letteratura è rappresentato
dall’aumento dell’incidenza negli ultimi anni delle
infezioni da Aspergillus species nei pazienti affetti da
emopatie maligne.54-56 L’analisi di studi autoptici ed
epidemiologici retrospettivi mostra che nell’ambito di tutte
le micosi invasive, Aspergillus species è l’agente
eziologico in circa il 60% dei casi, Candida species in
circa il 33% dei casi, mentre meno del 10% delle infezioni
micotiche sono causate complessivamente da zigomiceti, Fusarium
species, Trichosporon secies, Geotrichum
capitatum, Cryptococcus species, Scedosporium species ed altri
lieviti o funghi filamentosi molto rari (54-56, 87-99).
Nell’ambito delle aspergillosi invasive le specie più
frequenti sono A. fumigatus (58%), A. flavus (25%), A. niger (5,3%) e A. terreus (4,7%). Per
quanto riguarda le candidosi, le principali specie sono C.
albicans (50%), C. parapsilosis (12,5%), C.
glabrata (12,3%) e C. tropicalis (10,6%).
L’attività antimicrobica degli antifungini ad ampio
spettro varia in modo considerevole nei confronti delle varie
specie di Aspergillus e di Candida (Tabella 13). In particolare,
AmB dimostra elevata attività antimicrobica verso quasi tutte
le specie di Candida, ad eccezione delle rare C.
lusitaniae, mentre una significativa percentuale di resistenza
è stata dimostrata verso A. terreus (90%) e A.
flavus (25%). Al contrario caspofungin ed itraconazolo sono
estremamente attivi verso tutte le specie di Aspergillus mentre
dimostrano variabili percentuali di ridotta attività nei
confronti di alcune specie di Candida. Per quanto riguarda i
patogeni fungini più rari, è importante ricordare
l’intrinseca resistenza degli zigomiceti e di Fusarium verso caspofungin ed itraconazolo. Come si
può osservare nella riga conclusiva della Tabella 13 è possibile
calcolare che la resistenza globale agli antimicotici ad ampio
spettro varia dal 9,5 all’12% dei casi. Questo dato, pur
estremamente approssimativo e di dubbio valore da un punto di vista
strettamente epidemiologico, sembra indicare la scarsa
probabilità che un trattamento empirico con qualsiasi
antifungino ad ampio spettro possa essere inadeguato da un punto di
vista della stretta attività antimicrobica. Infatti, se
consideriamo, come già sottolineato, che in almeno la
metà dei pazienti con neutropenia febbrile trattati
empiricamente la causa di febbre non è una infezione fungina,
è ragionevole ipotizzare che una minima parte dei pazienti
(non superiore al 5%) rischi un trattamento non attivo da un punto
di vista antimicrobico. Questo calcolo basato sull’analisi
della più recente letteratura coincide con l’ipotesi
già formulata da Corey e Boeckh come illustrato nella Tabella 2.4 Alla luce di queste osservazioni si può concludere che, a meno
di peculiari situazioni epidemiologiche locali, le caratteristiche
antimicrobiche dei vari antifungini ad ampio spettro non dovrebbero
essere considerate tra i criteri di scelta nel trattamento
antifungino empirico.
Conclusioni e ipotesi di scelta della terapia antifungina empirica nei pazienti affetti da emopatie maligne
Alla luce degli aspetti clinici, epidemiologici e
farmacoeconomici estesamente trattati dalla letteratura scientifica
degli ultimi anni è possibile delineare alcuni criteri che
dovrebbero essere considerati nella scelta di un antifungino in
terapia empirica.
1. Gli antimicotici attualmente registrati in Italia con
l’indicazione alla terapia empirica sono l’AmB
liposomiale ed il caspofungin. Paradossalmente, la scheda tecnica
dell’AmB desossicolato non prevede l’uso empirico (tale
indicazione non esisteva negli anni’50, quando il farmaco
è stato messo in commercio), ma l’ampia e datata
esperienza di questo antifungino in terapia empirica ne sancisce
comunque l’indiscussa indicazione nella pratica
clinica.
2. L’efficacia complessiva di tali farmaci in terapia
empirica è paragonabile. Tuttavia, il caspofungin è
l’unico farmaco ad aver mostrato vantaggi significativi
rispetto all’AmB liposomiale in termini soprattutto di
sopravvivenza.
3. Lo spettro di attività antimicrobica di tali antimicotici
non dovrebbe essere considerato tra i criteri di scelta in quanto
la probabilità di incontrare un patogeno resistente in
vitro è bassa ed in ogni caso equiparabile tra i vari
farmaci. Ovviamente, fenomeni epidemiologici locali, soprattutto
relativamente ai funghi filamentosi, potrebbero condizionare i
criteri di scelta in base al diverso spettro di azione dei vari
farmaci.
4. Gli effetti collaterali da infusione e la tossicità renale
propri dell’AmB desossicolato possono essere efficacemente
contenuti con premedicazione farmacologica e semplici misure
nefroprotettive. Tuttavia, nei pazienti con insufficienza renale o
in quelli a rischio elevato di tossicità renale, come i
soggetti sottoposti a trapianto allogenico di cellule staminali,
l’uso dell’AmB desossicolato sembra essere
eccessivamente rischioso. In tali casi il caspofungin, che possiede
il migliore profilo di tossicità, tollerabilità e
interazioni farmacologiche, può essere considerato il farmaco
di prima scelta.
5. Il differente costo dei farmaci non può non essere
considerato tra i criteri di scelta. In particolare il costo
estremamente vantaggioso dell’AmB desossicolato rappresenta
un valido motivo per continuare ad usare questo farmaco nonostante
i ben noti effetti collaterali. Interessante è il profilo
farmacoeconomico dell’itraconazolo e.v. che tuttavia non ha
l’indicazione alla terapia empirica da parte degli organismi
regolatori europei.
Nella Tabella
14 viene indicata una ipotesi di scelta della terapia
antifungina empirica in varie categorie di pazienti con neutropenia
febbrile in base ad efficacia, tossicità, interazioni
farmacologiche e costi.
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